Leonardo David
Un predestinato dello sci italiano. Una storia da ricordare
Vercelli – Ci sono date che non si possono scordare. Quella del 26 febbraio 1985 è una di queste. Era martedì, quando arrivò la notizia della morte di Leonardo David. Per molti – soprattutto giovani d’oggi e quelli non appassionati di sport invernali – un nome e un cognome quasi sconosciuti.
Chi era, dunque, Leo David? Semplicemente la grande speranza dello sci italiano di tornare ai vertici. Il ragazzo che avrebbe unito quel filo spezzato tra la Valanga Azzurra e il futuro. Tempi grami, quelli dell’epoca, per lo sci italiano. Terminati i tempi d’oro di Thoeni e Gros, si era aperta l’era Stenmark, lo svedese imbattibile. Arrivò, un ragazzo ricciolino. Valdostano di Gressoney La Trinité. Figlio d’arte (il padre, Davide David, fu campione d’Italia di discesa libera). Sciava in modo del tutto diverso dagli altri. Sci larghi ma sempre piatti. Un gran ritmo tra i paletti. Insomma, un talento naturale.
Nel 1978 vince la Coppa Europa generale. Il Circo Bianco inizia a conoscerlo. E a temerlo. Perché Leo va forte, molto forte. Irrompe in Coppa del Mondo come un ciclone. Il 9 dicembre 1978 conquista il primo podio tra i “grandi”, in slalom gigante, nella tappa di Schladming. Da quel momento, Leonardo diventa protagonista. Nessun avversario, al traguardo, festeggia una eventuale vittoria prima del suo arrivo.

Il momento della consacrazione arriva il 7 febbraio 1979. Slalom speciale, Oslo. David vince la sua prima gara in Coppa del Mondo, mettendosi alle spalle due mostri sacri, Stenmark e Phil Mahre. L’Italia dello sci ha trovato il suo nuovo campione. Il trait d’union tra la Valanga Azzurra e il futuro. David va forte in tutte le specialità. Ottiene ottimi risultati anche in discesa (ai tempi non esisteva il Super G). La Federazione decide, dunque, di puntare tutto su di lui. È il polivalente perfetto per provare l’assalto alla Coppa del Mondo generale.

Pochi giorni dopo la vittoria di Oslo, a Cortina sono in programma le prove in vista dei Campionati Italiani. È il 16 febbraio, quando David cade, battendo la testa sul ghiaccio. Nei giorni successivi avverte vertigini e cefalea. Le vibrazioni degli sci sulla neve gli provocano dolore e fastidio. Viene visitato ma i medici federali non riscontrano nulla di preoccupante. Non sarà, verrà appurato nella lunga bagarre legale degli anni successivi, così. David stava male e il problema era grave. La Fisi decide di farlo comunque partire per Lake Placid, Stati Uniti. Tappa di Coppa del Mondo “obbligata”, in quanto l’anno successivo avrebbe ospitato i Giochi Olimpici.
È il 3 marzo 1979, quando Leonardo, a pochi metri dall’arrivo, durante la discesa libera, cade. Una caduta non violenta. Anzi, lo sciatore valdostano si rialza e attraversa il traguardo. Nel parterre incontra il compagno di squadra Piero Gros. “Come sono andato?”, chiede, per poi accasciarsi tra le sue braccia. È l’inizio della fine. David entra in coma. Non si riprenderà mai più. Le tappe del suo calvario – e della sua famiglia – sono itineranti: prima gli Usa, poi Innsbruck e Novara, tra le altre. Tutto inutile.

Leo non si sveglierà più. Gli ultimi anni li trascorre nella sua Gressoney, curato amorevolmente dalla mamma, Maria “Mariuccia” Follis, dal papà Davide e dalla sorella Daniela. Accanto a lui anche tanti amici, quelli “veri”. Martedì 26 febbraio 1985, Leonardo David muore, dopo sei anni di agonia. Ecco, questo era il David sciatore. Poi c’era Leonardo, il ragazzo. Quello che aveva un energia inesauribile. Sorridente, furbo, attento. Quello che accadde dopo la sua scomparsa, la lunga battaglia legale tra la famiglia e la Federazione, è solamente un ulteriore pagina nera di questa storia.
Per chi ama lo sci, ogni anno il 26 febbraio è una data orrenda. Il giorno dell’addio a un sogno. “Ha trovato il destino e si è fermato lì”, disse la sorella Daniela durante la presentazione, a Gressoney, del libro scritto da Riccardo Crovetti, “Leonardo David – La leggenda del ragazzino campione”. Nel suo paese, il ricordo di David sopravvive. Ci sono una pista che porta il suo nome e una lastra in marmo, voluta dall’Amministrazione comunale. Il resto sono ricordi. E tanti rimpianti per ciò che poteva essere e che, invece, non è stato. Leonardo David se ne andò a soli 25 anni. La sua fu una luce breve. Ma abbagliante…
Andrea Borasio

