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Oltre 108mila figure irreperibili
TORINO – L’artigianato piemontese continua a rappresentare una colonna portante dell’economia regionale, ma oggi si trova ad affrontare una delle sfide più complesse degli ultimi anni: la difficoltà nel reperire personale qualificato.
Le imprese artigiane devono confrontarsi quotidianamente con una serie di criticità che vanno dalla crisi economica generalizzata all’aumento dei costi di produzione, passando per il rincaro delle materie prime, dell’energia elettrica e dei carburanti. A queste si aggiungono le incertezze dei mercati nazionali e internazionali, le difficoltà di accesso al credito e il peso della burocrazia. Tuttavia, il problema che preoccupa maggiormente gli imprenditori è sempre più quello legato alla disponibilità di lavoratori qualificati.
UNA SITUAZIONE CRITICA, QUELLA DEL PIEMONTE
In Piemonte il comparto artigiano coinvolge 210.549 lavoratori, pari al 14,6% dell’occupazione complessiva regionale. Un settore che contribuisce in maniera significativa alla ricchezza del territorio, generando il 9,6% del valore aggiunto regionale e l’8,8% di quello nazionale dell’artigianato. Nonostante la sua importanza strategica, il sistema delle micro e piccole imprese registra difficoltà crescenti nel trovare le professionalità necessarie.
I dati del 2025 evidenziano una situazione particolarmente critica: in Piemonte il 32,4% delle selezioni di personale non si è concretizzato per mancanza di candidati disponibili. Su 335.010 ingressi programmati dalle imprese, ben 108.472 figure risultano mancanti. Un dato che colloca la regione al settimo posto in Italia per difficoltà di reperimento del personale, al di sopra della media nazionale, ferma al 30,2%. A guidare la classifica è la Valle d’Aosta con il 39,5%.
VERCELLESE: 33,1% DI CANDIDATI IRREPERIBILI
Analizzando il quadro provinciale emerge una situazione eterogenea ma diffusa. Alessandria registra la percentuale più elevata di candidati irreperibili con il 37,1%, pari a 11.817 lavoratori mancanti su 31.880 assunzioni previste. Seguono il Verbano-Cusio-Ossola con il 35,4%, Cuneo con il 35%, Biella con il 34,3%, Novara con il 34,1%, Vercelli con il 33,1% e Asti con il 32%. Torino, pur attestandosi al 29,9%, presenta il numero assoluto più elevato di lavoratori mancanti: oltre 50mila figure professionali.
Tra i comparti più colpiti figurano le costruzioni, dove la difficoltà di reperimento raggiunge il 39%, il settore legno-arredo con il 35,2%, le multiutility legate ad acqua, energia e gas con valori prossimi al 35%, oltre ai servizi alla persona che registrano una carenza del 31,5%.
Secondo gli operatori del settore, il fenomeno non può essere spiegato esclusivamente da fattori demografici. Alla base vi sarebbe anche una questione culturale che riguarda il rapporto dei giovani con il lavoro e la formazione professionale. Per le imprese è necessario rilanciare la cultura del lavoro come strumento di crescita personale, valorizzando le competenze tecniche e manuali e rafforzando il collegamento tra il mondo produttivo e quello dell’istruzione.
«IL LAVORO ESISTE, MANCANO LE FIGURE PROFESSIONALI»
“Il lavoro c’è, la difficoltà è trovare le figure professionali necessarie”, sottolinea Giorgio Felici Confartigianato Imprese Piemonte. “Mancano soprattutto lavoratori nei settori tradizionali come edilizia, costruzioni, muratori, idraulici e serramentisti. Allo stesso tempo servono nuove competenze legate alla digitalizzazione. Da anni nelle scuole si è progressivamente indebolita la cultura del lavoro. Abbiamo bisogno di tecnici, di professionalità specializzate e di rafforzare il rapporto tra imprenditori e istituti professionali per offrire ai giovani opportunità concrete di inserimento nel mondo produttivo”.
Una sfida che riguarda non solo le imprese, ma l’intero sistema economico e formativo regionale. Perché senza ricambio generazionale e senza competenze adeguate, il rischio è quello di compromettere la competitività di uno dei settori più importanti dell’economia piemontese.

