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PIEMONTE | La contestazione alla politica sanitaria regionale
TORINO – La gestione delle cure nelle Rsa piemontesi e l’accesso alla quota sanitaria prevista dai Livelli essenziali di assistenza tornano al centro del confronto politico. La Fondazione Promozione Sociale ETS, intervenendo dopo l’inchiesta pubblicata da La Stampa e le dichiarazioni del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, accusa l’amministrazione regionale di non affrontare il problema principale segnalato da migliaia di famiglie.
NUMERI (E CIFRE) CHE NON MENTONO
Secondo la Fondazione, più della metà delle persone ricoverate nelle strutture residenziali non riceverebbe dalle Asl la quota sanitaria prevista dai Lea, destinata a coprire il 50 per cento della retta complessiva. La conseguenza sarebbe un costo interamente a carico delle famiglie, che in alcuni casi arriverebbe a oscillare tra i 3mila e i 4mila euro al mese.
L’organizzazione sostiene inoltre che, tra febbraio e dicembre 2025, le liste d’attesa per ottenere un ricovero convenzionato nelle Rsa sarebbero aumentate del 35%. Il problema, precisa la Fondazione, non riguarderebbe la costruzione di nuovi posti letto, ma persone già accolte privatamente in strutture esistenti e ancora prive della compartecipazione sanitaria dell’Asl.
«Ci saremmo attesi dalla politica piemontese il riconoscimento della realtà e l’avvio di un cronoprogramma, accompagnato da risorse sanitarie, per ridurre progressivamente le liste d’attesa», afferma la presidente della Fondazione, Maria Grazia Breda.
La domanda rivolta alla Regione è diretta: «La sanità piemontese metterà più risorse per garantire la convenzione ai malati che oggi pagano dai 3mila ai 4mila euro al mese per il ricovero?».
«CIRIO DICA SE INTENDE RISPETTARE I PROPRI OBBLIGHI»
La Fondazione contesta anche la proposta illustrata da Cirio, secondo la quale le Rsa interessate alla convenzione per i posti fissi dovrebbero assistere, oltre ai propri ricoverati, anche quattro o cinque anziani ancora residenti nelle loro abitazioni.
Per Breda, si tratterebbe di una risposta non pertinente rispetto alla questione delle persone non autosufficienti già ospitate nelle strutture e prive della quota sanitaria. «La convenzione è un diritto del degente, non del gestore della Rsa. Il tema delle cure residenziali è netto: l’assistenza sanitaria in struttura è un Lea. Cirio dica con chiarezza se la sanità piemontese intende ottemperare ai propri obblighi».
LE CONDIZIONI CLINICHE DEGLI OSPITI
La presidente richiama inoltre le condizioni cliniche degli ospiti delle Rsa. Secondo gli indicatori citati dalla Fondazione, i ricoverati presenterebbero mediamente più di quattro patologie gravi e quasi il 45% sarebbe affetto da demenza.
Da qui la critica all’ipotesi di impiegare all’esterno una parte del personale delle strutture. «Si prevede di affidare agli operatori delle Rsa compiti sociali diffusi sul territorio, spesso di competenza comunale, come se le strutture disponessero di personale in eccesso», osserva Breda, ricordando le difficoltà quantitative e qualitative che da anni interessano gli organici del settore.
La Fondazione interviene infine sulla prospettiva di trasformare le Rsa in Centri residenziali multiservizi. Una possibilità che, secondo Breda, non dovrebbe tradursi in un indebolimento dell’assistenza destinata agli ospiti più fragili.
Il decreto attuativo della legge 33, ricorda l’organizzazione, stabilisce che il Servizio sanitario nazionale garantisca alle persone anziane non autosufficienti i trattamenti che richiedono tutela sanitaria, lungodegenza, recupero e mantenimento funzionale, con la compartecipazione delle Asl prevista dai Lea.
«Prima di attivare prestazioni domiciliari – conclude Breda – le Rsa devono poter coprire adeguatamente tutti i livelli di gravità dei malati già ricoverati. Non si può continuare a scaricare l’assistenza esclusivamente sulle famiglie, e molto spesso sulle donne».
A.B.

