Contro il DDL caccia presidio di protesta a Vercelli
ATTUALITÁ | La mobilitazione nazionale raggiunge anche il capoluogo vercellese
VERCELLI – Sabato 29 agosto, alle 17, in via Cavour a Vercelli, si terrà un presidio di protesta contro il disegno di legge sulla caccia, già S.1552 e ora C.2984, che modifica la legge 157/1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio.
La manifestazione è organizzata da Progetto Parte in Causa – antispecismo radicale, Cani Sciolti gruppo antispecista Vercelli, dal gruppo di cittadini Zero Intensivo e dal rifugio Oasi Santa Giuliana. Aderisce anche Non Una Di Meno Novara.
L’iniziativa rientra nella mobilitazione prevista il 29 e 30 agosto in diverse città italiane, in risposta all’appello del collettivo No Food No Science. Il provvedimento contestato è stato approvato dal Senato il 23 giugno con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astensioni ed è ora all’esame della Camera.
La protesta non riguarda soltanto i singoli articoli del disegno di legge, ma investe l’intero modello venatorio e il ruolo attribuito agli abbattimenti nella gestione degli animali selvatici.
«Non accettiamo che l’uccisione venga chiamata gestione, che la violenza venga chiamata tradizione e che la morte venga chiamata sport.», affermano gli organizzatori.
Per le realtà promotrici, gli animali selvatici non sono risorse o semplici popolazioni da amministrare, ma individui senzienti, capaci di provare paura e sofferenza e portatori di un interesse fondamentale alla propria vita.
La critica non si limita alla dimensione etica. Nel documento diffuso dagli organizzatori vengono citati studi scientifici internazionali che, secondo i promotori, metterebbero in discussione l’equazione tra un maggior numero di abbattimenti e una riduzione dei danni.
Tra gli esempi richiamati figura uno studio coordinato da Frédéric Jiguet e pubblicato nel 2026 sulla rivista “Biological Conservation”. La ricerca avrebbe analizzato sette anni di interventi di controllo condotti in Francia su volpi, mustelidi e diverse specie di uccelli considerate dannose.
Secondo i dati riportati, ogni anno verrebbero uccisi circa 1,7 milioni di animali appartenenti alle specie esaminate, senza che sia stata riscontrata una relazione tra l’aumento degli abbattimenti e la diminuzione dei danni. Gli interventi sarebbero inoltre costati tra 103 e 123 milioni di euro all’anno, a fronte di danni dichiarati compresi tra 8 e 23 milioni.
«Uccidere più animali non significa necessariamente produrre meno danni. La biodiversità non si difende con il fucile.», aggiungono.
Nel documento viene citato anche uno studio pubblicato nel 2026 da Andrea Mazzatenta, dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dedicato al caso dei cinghiali. Struttura delle popolazioni, capacità riproduttiva, disponibilità di cibo, trasformazione degli habitat, clima e presenza dei predatori sono fattori strettamente collegati. Per questo, secondo i promotori, la gestione degli ecosistemi non può essere ridotta al semplice incremento del numero di animali uccisi.
La mobilitazione richiama inoltre l’attenzione sugli effetti ambientali dell’attività venatoria, a partire dalla dispersione del piombo contenuto nelle munizioni. Gli organizzatori ricordano che il Regolamento europeo 2021/57 ne ha vietato l’impiego nelle zone umide e nel raggio di cento metri da esse.
«La biodiversità non si difende con il fucile.»
Per le associazioni, la crisi ecologica deve essere affrontata intervenendo sulla distruzione e frammentazione degli habitat, sul consumo di suolo, sull’inquinamento e sugli effetti del cambiamento climatico, senza scaricarne le conseguenze sugli animali selvatici.
I promotori richiamano anche l’articolo 1 della legge 157/1992, che definisce la fauna selvatica “patrimonio indisponibile dello Stato” e ne stabilisce la tutela nell’interesse della comunità nazionale e internazionale.
L’obiettivo dichiarato non è chiedere una caccia ritenuta più sostenibile o maggiormente regolamentata, ma mettere in discussione il ricorso all’uccisione come risposta ordinaria ai conflitti tra attività umane e fauna selvatica.
«Contestiamo un modello che continua a presentare l’uccisione come risposta ordinaria ai conflitti tra attività umane e fauna selvatica. Gli animali non sono numeri da amministrare o bersagli da mettere a disposizione: sono individui. E anche la letteratura scientifica internazionale mostra quanto sia semplicistico pensare di risolvere problemi ecologici complessi aumentando gli abbattimenti. Non vogliamo rendere più accettabile la caccia: vogliamo costruire una relazione diversa con gli altri viventi e con i territori, fondata sulla prevenzione, sulla tutela degli habitat e sul progressivo superamento dell’uccisione come strumento ordinario di gestione»
I presìdi aderenti all’appello si riconoscono in una prospettiva antispecista e intersezionale, collegando la liberazione animale alla giustizia climatica, ai diritti umani e al contrasto delle diverse forme di oppressione.
A.B.

