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SANITÁ – La Fondazione Promozione Sociale chiede alla Regione di riformare il sistema
VERCELLI – Può una stufa fare la differenza tra l’accesso in pochi mesi a una convenzione Rsa e anni di pagamento privato? Secondo la Fondazione Promozione Sociale, il paradosso emerge dalla “Cartella Geriatrica” utilizzata dalle Unità di valutazione geriatriche del Piemonte.
Nella sezione dedicata alle condizioni abitative, il riscaldamento autonomo o centralizzato assegna zero punti. La presenza di una stufa a gas ne vale uno, mentre una stufa alimentata a kerosene o a legna consente di ottenerne due.
Punteggi apparentemente marginali che, secondo la Fondazione, possono però incidere sulla classificazione delle richieste e quindi sui tempi per il riconoscimento della quota sanitaria Lea in Rsa, pari al 50% della retta e a carico dell’Asl.

La Fondazione contesta l’attinenza tra il tipo di impianto utilizzato per riscaldare l’abitazione e la gravità delle condizioni di una persona malata e non autosufficiente. Il timore è che questi criteri finiscano per trasformarsi in un filtro per limitare le convenzioni alle risorse disponibili nei bilanci sanitari.
Sotto accusa anche la parte della scheda riguardante le condizioni familiari e assistenziali. La presenza di un caregiver che segue il malato, infatti, attribuirebbe meno punti e potrebbe allontanare il riconoscimento della quota sanitaria.
«I criteri dell’Uvg sono del tutto strumentali e studiati per negare le cure – spiega Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale –. Commissioni nate per raccogliere professioni diverse e competenze integrate con l’obiettivo di scrivere il progetto di cura dei malati non autosufficienti, sono utilizzate come giudici sul diritto o meno alla convenzione Lea: persino criteri come la raggiungibilità dei servizi nel Comune di residenza, la qualità dell’abitazione, la presenza di barriere architettoniche, la disponibilità di servizi igienici non hanno senso nel caso di richieste di ricovero in Rsa: nessuna di queste condizioni mitiga le malattie gravissime dalle quali sono colpiti i malati non autosufficienti, che sono l’unico parametro con cui valutare il riconoscimento della quota sanitaria».
La Fondazione segnala inoltre differenze territoriali nella valutazione della condizione economica. Nonostante la Regione abbia indicato l’Isee come strumento comune, la documentazione richiesta cambierebbe da un Comune o da un Consorzio socioassistenziale all’altro. A Torino, per esempio, verrebbe richiesta anche la dichiarazione relativa alle condizioni economiche complessive, comprendente proprietà, redditi, pensioni e altri beni.
«Anche davanti all’evidenza, l’amministrazione regionale del Piemonte continua a legittimare le valutazioni delle UVG e la conseguente negazione delle quote Lea ai malati non autosufficienti, con grande danno agli individui e alla collettività – osserva la presidente Breda –. È necessario, invece, che la Regione e le Asl mettano al primo posto i Livelli essenziali delle prestazioni e smettano di finanziare spese ulteriori, destinando ai piemontesi in lista di attesa le risorse per nuove convenzioni Lea. L’assoluta degenerazione del sistema delle Uvg rende necessaria la riforma dell’intero processo di valutazione: l’obiettivo deve essere costruire piani di cura adeguati, non togliere i diritti ai piemontesi».
La richiesta rivolta alla Regione Piemonte è quindi quella di rivedere l’intero sistema di valutazione, destinando prioritariamente le risorse alle convenzioni Lea e costruendo i piani di cura sulla base delle condizioni sanitarie dei malati non autosufficienti.
A.B.

