La ex centrale termoelettrica "G. Ferraris" di Trino
POLITICA | L’affondo di Rifondazione Comunista
TRINO – Il Cavour Hyperscale Campus, progettato nell’area dell’ex centrale termoelettrica Galileo Ferraris di Trino, finisce nel mirino di Rifondazione Comunista. Alberto Deambrogio, segretario regionale, individua sette principali criticità ambientali, energetiche e sociali legate all’investimento, stimato in circa 4 miliardi di euro.
Il progetto, dichiarato dal Governo di preminente interesse strategico nazionale, dovrebbe raggiungere una potenza compresa tra 300 e 400 Megawatt. Per le istituzioni rappresenta un’occasione di sviluppo e riqualificazione industriale, ma Rifondazione chiede una valutazione più approfondita delle conseguenze sul territorio.
«Non possiamo accettare che un investimento di queste dimensioni venga calato dall’alto senza una seria riflessione sugli effetti per l’ecosistema e il tessuto sociale», afferma Deambrogio.
IL CONSUMO D’ACQUA
La prima preoccupazione riguarda il raffreddamento dei server. Se venissero utilizzate torri evaporative, il campus potrebbe richiedere milioni di litri d’acqua al giorno, esercitando una forte pressione sulle falde locali.
Il rischio, secondo Deambrogio, sarebbe particolarmente grave in un territorio legato alla risicoltura e alla rete irrigua. Rifondazione chiede quindi garanzie sull’esclusione dei sistemi più idrovori e propone il ricorso alla geotermia e al recupero del calore attraverso il teleriscaldamento.
LA PRESSIONE SULLA RETE ELETTRICA
Un’infrastruttura da 300-400 Megawatt avrebbe consumi paragonabili a quelli di una città di medie o grandi dimensioni, con possibili ripercussioni sulla stabilità della rete.
Nonostante la presenza del parco solare con accumulo già operativo a Trino, il timore è che il campus possa assorbire gran parte dell’energia pulita prodotta localmente. Per alimentarlo esclusivamente con fonti rinnovabili servirebbero inoltre vaste superfici destinate al fotovoltaico o all’agrivoltaico.
TERRENI AGRICOLI E RUMORE
Il recupero dell’ex centrale eviterebbe inizialmente nuovo consumo di suolo. Il rischio, però, è che infrastrutture e servizi collegati al campus finiscano per espandersi nei terreni agricoli circostanti, all’interno di una provincia a forte vocazione risicola.
Deambrogio richiama anche la mancanza di una legge quadro nazionale sui grandi data center e il possibile impatto acustico degli impianti di ventilazione e refrigerazione, destinati a funzionare continuamente.
Senza adeguate opere di insonorizzazione, il rumore potrebbe creare problemi alle abitazioni vicine e alla fauna locale.
POCHI POSTI DI LAVORO STABILI
Durante la costruzione l’indotto dovrebbe coinvolgere tra 1.200 e 2.000 lavoratori. Una volta a regime, però, i posti stabili sarebbero circa 300-350.
Per Rifondazione il rapporto tra investimento, consumo di risorse e occupazione permanente sarebbe quindi sbilanciato. Da qui il rischio di una «cattedrale nel deserto tecnologica», capace di produrre benefici occupazionali inferiori alle attese.
COMMISSARIO E PARTECIPAZIONE
Forti dubbi vengono espressi anche sulla possibile nomina di un commissario per accelerare l’iter. Secondo Deambrogio, questa scelta potrebbe limitare il confronto pubblico e la partecipazione delle comunità locali.
L’esigenza di velocizzare le procedure, sostiene, non dovrebbe indebolire le verifiche ambientali e le garanzie previste per il territorio.
IL SOSPETTO SUL NUCLEARE
L’ultima contestazione riguarda la possibilità che l’elevato fabbisogno energetico del campus venga utilizzato per giustificare una nuova installazione nucleare nell’area di Trino.
Per Rifondazione, le future necessità dei data center potrebbero essere soddisfatte attraverso una seria programmazione delle fonti rinnovabili. Da qui il sospetto che il progetto possa diventare un «cavallo di Troia» per il ritorno dell’atomo.
«Vigileremo strettamente – conclude Deambrogio –. Il futuro del Piemonte deve basarsi sulla sostenibilità, sulla tutela del lavoro stabile e sulla salvaguardia delle risorse idriche e agricole, non sul sacrificio del territorio per i profitti dei giganti tecnologici».
A.B.


1 ha pensato a “Maxi data center a Trino: “Rischi per acqua, energia e territorio””
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