Giorgio Felici, presidente Confartigianato Imprese Piemonte
TERRITORIO – La regione è quinta in Italia per l’aumento stimato della spesa
TORINO – Un autunno difficile per le imprese piemontesi, strette tra l’aumento dei costi energetici, le conseguenze della crisi in Medio Oriente, la siccità e il rincaro delle materie prime.
Secondo l’Ufficio studi di Confartigianato Imprese, aziende e famiglie italiane dovranno sostenere quasi 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti.
Per il Piemonte la maggiore spesa è stimata in 2 miliardi e 118 milioni di euro. La regione si colloca al quinto posto nazionale, dopo Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Lazio. A risentirne maggiormente saranno i territori con una forte vocazione manifatturiera.
L’instabilità nell’area del Golfo mette inoltre a rischio le importazioni di gasolio raffinato. L’Italia importa da quei Paesi il 56,6% del prodotto, mentre i prezzi di metalli e minerali necessari alla costruzione dei macchinari hanno registrato a maggio 2026 un incremento annuo del 39,3%.
«L’escalation del costo del carburante e dell’energia non impatta solo sulle imprese energivore e sull’autotrasporto – commenta Giorgio Felici, Presidente di Confartigianato Imprese Piemonte – ma ricadono a cascata su tutti i prodotti trasportati come ad esempio gli alimentari. Aumenti, quindi, che andranno ad aggiungersi ai costi delle materie prime».
Al quadro si aggiungono la siccità e la carenza di riserve idriche, scese in Piemonte sotto il 30%. Il maggiore bisogno di irrigazione arriva proprio mentre il carburante diventa più costoso.
«Il sommarsi di tensioni internazionali, mancata gestione del territorio e sostanziale miopia della classe dirigente dei paesi occidentali e dell’Europa crea un vortice perfetto per penalizzare la manifattura – spiega Felici – La variabilità dei prezzi è diventata strutturale, e questo danneggia le strategie aziendali. Le imprese artigiane si trovano davanti a un bivio: ritoccare i listini, con il rischio di penalizzare ulteriormente i consumatori, oppure lavorare in perdita mantenendo però intatta la qualità, che resta il nostro tratto distintivo. Il tutto con una crescente azione predatoria da parte della pubblica amministrazione ed un aumento costante della burocrazia».
«Senza un piano strutturale per rendere più stabili le filiere e sostenere le imprese nei costi di produzione – conclude Felici – la qualità Made in Piemonte rischia di diventare un lusso sempre meno sostenibile».
A.B.

